Il racconto: Verde

Il rumore assordante della motosega la svegliò di soprassalto.
Era notte fonda, le tre del mattino forse, o al massimo le quattro.
Il rumore si avvicinava pericolosamente.
Nina ebbe paura. Molta paura.
Nina cercò di pensare a come aveva fatto a cacciarsi in quella situazione. Non aveva mai pensato alle conseguenze che avrebbe potuto avere. Non credeva davvero che potesse finire così.
Avrebbero potuto approfittare del buio per agire senza testimoni. Quando gli altri sarebbero arrivati, sarebbe stato troppo tardi.
Il terribile frastuono si avvicinò ancora di più. Era proprio sotto di lei.
Ecco, pensò, questa volta è proprio finita.
Altre volte era già riuscita a cavarsela, ma questa volta non vedeva proprio come avrebbe potuto fare.
Di certo non poteva scappare, al buio, nella foresta, per di più in quella foresta. Intricata. Scoscesa. Tra decine e decine di alberi abbattuti e lasciati al suolo.
E neanche avrebbe potuto nascondersi. Sapevano molto bene dove si trovava.
Improvvisamente, dal basso, una luce abbagliante la illuminò accecandola, interrompendo il flusso in piena dei suoi pensieri.
E spaventandola, se possibile, ancora di più.
La luce poi fece un rapido giro intorno e delineò, chiaramente, la figura di un uomo che avanzava verso di lei; e fu a quel punto che il rumore cessò improvvisamente.
“Nina!” sentì chiamare”sono Geene, sono qui! Non aver paura”
Geene era li! Nina non sapeva quando era arrivato. Forse aveva addirittura dormito li, e attorno a lui stavano radunandosi altre persone.
Intanto l’uomo con la motosega, pienamente illuminato dalla torcia di Geene, si era fermato e, vistosi riconosciuto, si era voltato su se stesso per tornare nel fitto del bosco. Tornare da dove era venuto.
Nina si sentì sollevata, anche se la sola presenza di Geene sarebbe già bastata a farla stare meglio. Certo, era ancora nei guai, e in guai grossi. Ma si sentiva comunque al sicuro.

Così tornò a pensare a come aveva fatto a cacciarsi in quella situazione. Al perchè si trovava da giorni a quasi 10 metri di altezza, sempre in procinto di cadere. O di cedere. Che poi era praticamente la stessa cosa.

Nina si era arrampicata su un albero poco più di due settimane fa. Un tempo che poteva essere molto breve, se passato in vacanza o anche molto lungo se trascorso, come Nina, semi-incastrata su un acero, legata con una imbragatura da alpinisti e non più di mezzo metro di assi malferme in cui muoversi.
Certo, Nina conosceva molto bene la storia di Julia Hill, ma non si era mai, nemmeno lontanamente, paragonata a lei.
Non avrebbe certamente avuto la forza di resistere, come Julia fece, per più di due anni.
Julia infatti, nel 1997, all’età di 23 anni,  salì su Luna, una sequoia di 1000 anni nell’antica foresta di Headwaters in California, con il proposito di non scenderne fino a quando la compagnia che aveva deciso il suo abbattimento non si fosse ritirata.
Fu così che quei 738 giorni passati su una piccola e traballante piattaforma a 60 metri dal suolo, passarono alla storia.
Nonostante i continui attacchi della compagnia, nonostante  le tempeste violentissime, tormentata dal dubbio, dalla fame, dal freddo, dalla solitudine e dal dolore di assistere alla distruzione di una foresta antichissima, Julia resistette e vinse la sua causa.
Nina ricordò, quella dozzina di righe di un intervista di Julia Hill che aveva portato con sè, lette decine e decine di volte, fino a imprimerle nella sua memoria.

“Sin dall’inizio occupare Luna mi diede l’idea di avere finalmente trovato uno scopo: non potevo permettere che quell’albero cadesse. Nonostante la fermezza della mia decisione, però, nel corso dei due anni anch’io avrei dovuto fare i conti con la paura, al stanchezza, i dubbi.
“In primavera mi svegliavo col respiro della natura e ammiravo il sole che, sorgendo, trapassava la nebbia e incendiava la valle, facendola diventare color oro. A farmi compagnia arrivavano insetti colorati, scoiattoli dispettosi, delicati colibrì. In inverno, però, tutto cambiava. Il vento faceva vorticare i miei pensieri, mi impediva di fare qualsiasi cosa: non potevo leggere, scrivere, dipingere e nemmeno pensare. Se pioveva, i brividi mi scuotevano per ore e non riuscivo a calmarmi neanche nel sacco a pelo. E le tempeste di neve erano così rumorose da impedirmi di dormire.”
“Per le guardie della società ero un bersaglio: soffiarono nelle trombe per giorni, lasciandomi dormire appena un’ora o due. Inondarono di luci l’albero, tra il baccano dei generatori. […]Cercarono di intimorirmi abbattendo gli alberi intorno a Luna e avvicinandosi sempre più, con le motoseghe e gli elicotteri, alla mia piattaforma. Fu assistere alla distruzione della foresta che mi circondava la cosa più difficile da sopportare. Ogni volta che una motosega tagliava quegli alberi, sembrava che entrasse anche in me. Quello scempio mi ha provocato un dolore che mi rimarrà per tutta la vita. Nello stesso tempo, però, mi ha dato la forza per non arrendermi. Quando pensavo di non farcela più, reagivo guardandomi attorno: da una parte vedevo la distruzione, certo; dall’altra, però, c’era la foresta che resisteva, la vita. E non potevo permettere che tutto ciò svanisse.”

Julia non aveva mai pensato di poter diventare il simbolo del movimento ambientalista mondiale. Quando per la prima volta salì su Luna, non aveva modo di conoscere e prevedere le condizioni in cui si sarebbe venuta a trovare, né gli attacchi che lei e la sua causa avrebbero dovuto subire. Non aveva idea della solitudine che avrebbe dovuto affrontare né che i suoi piedi non avrebbero toccato il suolo per oltre due anni.
Nina si augurava con tutto il cuore che sarebbe stato molto più semplice. E rapido.
Non si sentiva sicuramente un eroe. Sapeva di non avere di certo la tempra di Geene.

Geene era davvero una persona speciale e lei si sentiva pressoché insignificante al suo confronto. Nonostante Nina lo guardasse sempre dall’alto in basso, nonostante lei fosse arrampicata li sopra e lui, là sotto, seduto in una carrozzina che sembrava sempre troppo piccola per lui.
Geene era il suo eroe. Era la dimostrazione pratica di ciò che una persona con tanta grinta e determinazione può ottenere dalla vita, anche quando questa sembra volergli togliere tutto.
Geene, fino a sei anni fa, era un camionista della International Super Higway Industries e guidava le famose Michigan Stretch, gigantesche betoniere a sei assi da più di 50 tonnellate, cariche di cemento per la costruzione della nuova autostrada.
Geene era sempre stato convinto di lavorare per il progresso del paese; del resto cosa c’è di più rappresentativo del progresso del cemento e del costruire una strada. Una strada che avrebbe finalmente collegato l’area industriale della contea alla principale direttrice di traffico dello stato, rendendo più competitiva l’economia locale. Certo, per costruirla sarebbe stato necessario requisire qualche terreno agricolo, abbattere un po’ di alberi e altre cose del genere, ma, in fondo, cosa poteva farci lui, un semplice camionista?
Poi, in un giorno qualsiasi, il terribile incidente, proprio al margine della foresta.
Geene si era svegliato, dopo diverse settimane di coma, in un letto di ospedale. Molti interventi chirurgici dopo si era seduto in una sedia a rotelle, e da lì non era più sceso.
La diagnosi era lesione del metamero midollare D3: in una parola, paraplegia, ovvero paralizzato dalla vita in giù.
Dopo un primo momento di sconforto – perchè anche gli eroi cadono, ma poi si rialzano e non cedono – Geene si era re-inventato una vita: si era dedicato allo studio, gettato con tutto il cuore in una causa degna e cambiato molte delle sue prospettive.
Ora era un fisico, specializzato in termodinamica dell’effetto antropico, ovvero nello studio dell’impatto ambientale dell’attività umana e nelle azioni necessarie per minimizzarne gli effetti, diventando un vero e proprio punto di riferimento per i movimenti ecologisti più seri e attenti ad un procedere che non fosse soltanto dire di no a tutto e tutti, ma, soprattutto di proporre delle alternative praticabili a delle scelte altrimenti scellerate.
Cosi, quando aveva sentito che una pazza, a pochi chilometri da casa sua, era salita su un albero per cercare di bloccare la costruzione di una strada, la “sua” strada, la fine della sua vecchia vita, non aveva esitato un istante ed era andato a portare il suo aiuto.

Già, una pazza. Non si poteva definire altrimenti una che, a poco più di vent’anni, invece di andare a far baldoria con gli amici, si era arrampicata su un albero col proposito di bloccare il cuore di un progetto da svariate centinaia di milioni di dollari.

L’idea era quella di deviare il tracciato, spostandosi in un area di minor significato ambientale e salvare così un ecosistema dalla straordinaria biodiversità. Fattibile ma non certo economico. La soluzione più semplice, meno costosa per la compagnia, era tirare dritto, foresta o non foresta. A meno che non ci fossero state sufficienti pressioni dei media, e poi della politica, non se ne sarebbe fatto nulla.

Nina continuò a pensare a come aveva fatto a cacciarsi in quella situazione.

Erano i primi di Maggio e Nina aveva avuto l’ennesima discussione con i suoi genitori. L’argomento era sempre lo stesso: non cresci mai, manchi di obiettivi, devi decidere cosa vuoi fare da grande, riprendere gli studi, trovarti un lavoro eccetera eccetera.

Si sentiva davvero giù, come svuotata. Anzi aveva un continuo peso che le schiacciava il petto, che le impediva di respirare a pieni polmoni. La sua amica Susie, counselor e terapista, le aveva proposto di prendersi un po’ di tempo per se stessa,  per ritrovare al meglio forma e motivazioni.

Susie le fece un Chroma test, l’eccezionale strumento diagnostico derivato dal lavoro di Max Luscher più di sessant’anni fa, basato sulla risposta combinata ad una serie di 16 diversi colori e ad altrettanti profumi a questi associati.

E così, velocemente, scelse 4 colori e annusò i profumi corrispondenti, riferendo alla sua amica le diverse sensazioni.
Il primo colore era il verde, poi il porpora l’argento; l’ultimo non lo ricordava.
Il verde, le aveva spiegato Susie, rappresenta il bisogno del momento ed evidenzia proprio la tua difficoltà a credere in te stessa,  nelle tue capacità. Il verde è il colore dell’autostima, della consapevolezza delle proprie possibilità. Da un punto di vista fisico poi il verde è collegato al cuore, alla circolazione, al trasporto e all’utilizzo dell’ossigeno. Cuore, infine, vuol anche dire mettere tutta se stessa in un progetto a cui si tiene davvero!
Il secondo colore, il porpora, rappresenta la determinazione, recuperare l’energia e la grinta necessaria per affrontare un nuovo inizio. Da un punto di vista fisico poi è agire sulle surrenali e sui meccanismi di gestione del metabolismo energetico, sostenendo proprio i bisogni dell’organismo in quella direzione.
L’argento infine è il colore della saggezza, è la comprensione dei dettagli e delle sfumature, è ottenere una visione più ampia e completa della realtà. Da un punto di vista fisico infatti è lavorare sul sistema nervoso centrale, è la porzione corticale dell’encefalo, la sede della maggior parte dei processi cognitivi e razionali.

Sulla base dei risultati del Chroma test Susie le aveva poi dato un olio, un siero ed un profumo, che rappresentavano, nell’ordine i tre diversi colori; e con questi aveva iniziato un rituale quotidiano di aroma-cromaterapia.

Dopo qualche giorno di trattamento, molto era cambiato in lei, sia da un punto di vista fisico, di forma e di disponibilità di energia, ma soprattutto di consapevolezza: aveva trovato la grinta e la determinazione per dedicarsi a ciò cui più teneva, per opporsi davvero alla distruzione della foresta. Aveva capito che doveva fare qualcosa di importante, che lamentarsi, anche con forza, non era abbastanza, e aveva deciso di salire su un albero.

Ecco perchè si trovava su quell’albero, ecco come era iniziato tutto.

Geene la chiamò ancora a gran voce e la foresta si illuminò a giorno; Nina guardò in basso e vide le telecamere della TV attorno a lui.

Ecco finalmente la svolta che stavano aspettando, finalmente erano arrivati, Geene era riuscito a mobilitare i media, a dare visibilità alla causa.

Nina guardò nuovamente in basso. Geene sorrideva e, nonostante l’altezza, incontrò il suo sguardo: vide con chiarezza nei suoi occhi quella luce che desiderava, quella luce che sentiva che le avrebbe finalmente scaldato il cuore.

Richard Château