Il racconto: Smeraldo

Il tram ripartì sferragliando dopo una breve fermata alla stazione centrale.
Maria guardò con la coda dell’occhio i passeggeri appena saliti.
Si soffermò su di una ragazza, forse della sua età, dai vestiti sporchi e logori, carica di tre grosse borse ancora più lerce e malconce di lei.
Senza accorgersene incominciò a guardarla, sempre più insistentemente, quasi infastidita per quella presenza, quando una frenata improvvisa la fece sobbalzare.

Tina si strinse con la poca forza che le restava al primo sostegno che trovò.
La smorfia che le corse lungo il viso era dovuta in realtà molto più al pensiero di quanto aveva appena pagato per il biglietto, che agli scossoni del tram. Una sola corsa costava più della metà del suo guadagno di un giorno, ma era davvero troppo stanca per fare a piedi i soliti dieci chilometri che la separavano da quella camera spoglia, priva di acqua, luce e riscaldamento, in cui abitava ormai da quasi un anno. Da qualche tempo poi, era praticamente costretta a portare con se le poche cose che possedeva perché i furti erano continui e insopportabili.

Maria la guardò, notando con sarcasmo quanto la figura della ragazza fosse goffa e impacciata, quasi irreale. Persa, seppur piuttosto grassa, in un consunto cappotto marrone da uomo, enormemente più grande di lei, di un taglio che nessuno usava più da anni.

Tina cercò di agguantare al meglio il palo di fronte a lei. Il pancione ormai, oltre a essere quasi impossibile da nascondere, le rendeva sempre più difficili molte attività, anche semplici. Per non parlare dell’equilibrio: la sera era talmente stanca e si reggeva in piedi così a fatica, che spesso finiva il turno di lavoro in fabbrica semi-appoggiata alle vasche da concia, sperando che la caporeparto non se ne accorgesse. Del resto era ormai questione di poco. Quando non sarebbe più riuscita a nascondere la sua gravidanza, l’avrebbero licenziata.
Ripensò ai soldi spesi per il biglietto e un nodo le strinse con forza lo stomaco.

Maria fu talmente nauseata dall’odore forte e penetrante, come di animale, che arrivava dalla ragazza dal cappotto marrone, che un nodo le strinse con forza lo stomaco. “Non avrà neanche pagato il biglietto”, pensò, “il bigliettaio si sarà certamente fatto impietosire; tanto poi ci siamo noi, con i nostri soldi e le nostre tasse, che paghiamo per loro”.
Una delinquente, ecco cos’era! Venuta lì per rubare lavoro, e chissà cos’altro, alle persone perbene. Lei e tutti quelli come lei.
Cosa ne sanno loro di cosa vuol dire studiare, lavorare duro, tenere un contegno dignitoso e sacrificarsi continuamente per essere sempre all’altezza.
Maria però non voleva rattristarsi. Non di nuovo almeno.
D’altra parte l’arrivo di un figlio avrebbe di sicuro fatto felici molte persone nella sua famiglia.
Certo, avrebbe dovuto lasciare il lavoro da indossatrice alla casa di moda, ma la posizione di suo marito le avrebbe comunque garantito tutto quello di cui aveva bisogno. La vita che si era guadagnata. Il frutto dei suoi sacrifici, del suo sudore.

Tina si asciugò il sudore che le rigava la fronte come meglio poté con il logoro foulard verde smeraldo che le aveva lasciato sua mamma. L’unico ricordo di sua madre: contadina, figlia di contadini, una vita nella miseria. Morta di setticemia nel darla alla luce, terzogenita, ma sola sopravvissuta di due fratelli, vittime della guerra.
Le piaceva tanto quel vecchio fazzoletto ormai consunto, il suo colore, la sua freschezza. Quando riusciva a lavarlo lo indossava con orgoglio. Ne respirava il profumo di pulito. Quando, come ora, si insudiciava troppo, se ne vergognava un po’.
Come si rincresceva della sua pelle così brutta, piena di macchie scure. Forse dipendeva dal lavoro in conceria, ma Maria era ancora più scura e macchiata di tutte le sue amiche.
Presto però avrebbe avuto altro di cui preoccuparsi, poco tempo per la sua vanità.
Chissà, forse il foulard della mamma avrebbe avvolto la pelle delicata di sua figlia.

Maria guardò con attenzione il viso scuro e sporco della ragazza.
Aveva un bel dire lo zio Max che non è dal colore della pelle che si giudicano le persone. Tutta teoria la sua.
Come quando le aveva regalato quel pendente di smeraldo per le nozze. Non solo un gioiello, appena appena passabile considerando lo stretto rapporto di parentela, ma anche, a detta sua, un segno di apertura mentale, di voglia di vivere, una metafora per boschi e foreste ricolmi di ossigeno e vitalità.
Le aveva detto che il suo colore, come tutti gli altri colori, era carico di significati. E lui, almeno questo non si poteva negarlo, li conosceva tutti. Il suo mestiere di psichiatra lo aveva portato a studiarli a fondo, nonché ad associarli a emozioni e sentimenti.
E lo smeraldo rappresentava proprio questa vitalità e apertura, anche mentale. E Maria si reputava decisamente una persona di ampie vedute. Di una cultura che oggi, nel 1956, con il mondo che cambia così velocemente, non si poteva non possedere.
Però, pensò Maria, quella dello Zio Max non è apertura, ma dabbenaggine: di razze e persone deve ancora capire molte cose.

Tina continuava a pensare che avrebbe dovuto andare a piedi. Domani lo avrebbe fatto certamente. Non era così faticoso tutto sommato, e d’altra parte non poteva sprecare altro denaro in cose così futili come il tram. Presto sarebbero arrivati grandi cambiamenti e doveva essere pronta ad affrontarli.

Maria pensò alla sua vita. A come sarebbe cambiata, a quanto sarebbe diventata faticosa. Come se non lo fosse già abbastanza!
In realtà era già molto impegnativo mantenere la sua pelle bianca come la porcellana e le belle mani sempre curate, così come molta era l’attenzione che richiedeva essere in tutto degna di sua madre, indossatrice e donna di gran classe. Un peso notevole da portare.
Era stato faticoso poi frequentare la migliore scuola di Zurigo, con insegnanti severissimi, e sostenere le continue pressioni della famiglia.

Tina si sentì mancare l’ossigeno. Cercò con le sue mani asciutte, le dita tozze e la pelle screpolata, il foulard verde smeraldo nelle tasche del cappotto. Trovatolo provò a farsi un po’ aria, ma senza ottenere grandi risultati.
Sentiva la testa, le gambe, tutto il suo corpo, pesante. Quasi come le fosse estraneo.
Un po’ come, del resto, si sentiva lei.
Un’estranea, in quel bel paese così pulito e ordinato, ma freddo e duro, privo di umanità e compassione.
Lei, straniera, clandestina, appena tollerata. Almeno finché faceva un lavoro che quelli di lì non erano disposti a fare.
Arrivata dopo un lungo viaggio nel fondo di un camion, senza nemmeno un po’ d’aria fresca da poter respirare.
Tina vide i monti verdi e non ancora innevati ai lati della città, pensò alla vita dura, ma all’aria fresca e sempre pulita, che respirava da bambina quando portava con i suoi fratelli, le poche capre al pascolo su per le montagne. Prima che la guerra li portasse via. Prima che fosse costretta a scappare. A volte le mancava quella vita, soprattutto la sensazione di freschezza e libertà.
Poi, raccolte tutte le sue cose si preparò a scendere.

Maria la guardò un ultima volta, scosse la testa contrariata, e pensò che proprio non c’era posto a Zurigo per tutti quegli italiani.
“Ne continuano ad arrivare a decine, occupano la nostra città, sconvolgono le nostre vite: quando lo capirà anche lo zio Max sarà di sicuro troppo tardi.”

Richard Château